Sette limiti su nove: forse il problema non è il pianeta, ma la nostra idea di progresso

Sette su nove. Preso da solo potrebbe sembrare perfino un buon risultato.

Se non fosse che stiamo parlando dei nove grandi processi del sistema Terra che contribuiscono a mantenere il pianeta in condizioni relativamente stabili per la vita e per le società umane.

Il Planetary Health Check 2026, pubblicato il 21 settembre dal Potsdam Institute for Climate Impact Research, conclude che sette dei nove planetary boundaries sono stati oltrepassati e che tutti e sette mostrano una pressione ancora crescente. 

Sono il cambiamento climatico, l’integrità della biosfera, il cambiamento nell’uso del suolo, i cicli dell’acqua dolce, i flussi biogeochimici di azoto e fosforo, le cosiddette novel entities — sostanze e materiali prodotti dall’uomo, dalle plastiche a molte sostanze chimiche — e, più recentemente, l’acidificazione degli oceani.

Restano nello spazio considerato sicuro due confini: lo strato di ozono stratosferico e, a livello globale, il carico di aerosol atmosferici.

Letto così sembra il bollettino clinico di un paziente molto malato. Ma credo che il significato più interessante di questi numeri sia un altro. I limiti planetari non parlano soltanto dello stato della Terra.

Parlano della nostra idea di progresso.

Un confine non è un precipizio

Prima di proseguire, è utile chiarire che cosa significa davvero avere superato un limite planetario. Non significa che, nel momento in cui oltrepassiamo una linea, il sistema Terra improvvisamente collassa.

Il framework dei limiti planetari nasce proprio per individuare uno spazio operativo sicuro per l’umanità. Oltre quei confini aumenta il rischio di alterazioni ampie, non lineari e potenzialmente difficili o impossibili da invertire.

È una logica precauzionale. Potremmo immaginarla come la pressione sanguigna: superare una determinata soglia non significa che avremo certamente un infarto domani mattina, ma significa che stiamo aumentando il rischio e che continuare ad aumentare la pressione non è una strategia particolarmente intelligente.

La cosa importante è che questi sistemi non sono indipendenti.

Cambiare l’uso del suolo riduce la capacità degli ecosistemi di assorbire carbonio. Il cambiamento climatico altera il ciclo dell’acqua. La perdita di biodiversità riduce la resilienza degli ecosistemi. L’eccesso di nutrienti modifica fiumi, laghi e zone costiere.

La Terra non è composta da nove problemi ambientali separati. È un sistema. Ed è qui che, secondo me, il nostro modo di pensare mostra tutti i suoi limiti.

Siamo bravissimi a dividere ciò che nella realtà è unito

La nostra organizzazione economica e politica procede per compartimenti. Abbiamo il ministero dell’ambiente, quello dell’economia, quello dell’agricoltura, quello dell’industria. Un’azienda ha il reparto sostenibilità, il procurement, la finanza, le operations. Misuriamo il carbonio da una parte, la biodiversità da un’altra, l’acqua da un’altra ancora.

Ma una foresta non conosce il nostro organigramma. Un suolo non separa carbonio, acqua e biodiversità. Un bacino idrografico non sa dove finisca il bilancio di un’impresa e cominci quello di un’altra.

La natura lavora attraverso relazioni. Noi continuiamo spesso a governarla attraverso silos.

Il framework dei limiti planetari è importante proprio perché ci costringe a recuperare una visione sistemica.

Il settimo confine è arrivato dal mare

Nel 2025 l’acidificazione degli oceani è diventata il settimo confine planetario considerato oltrepassato, e il nuovo rapporto 2026 conferma che la pressione continua ad aumentare.

Gli oceani assorbono una parte consistente dell’anidride carbonica che emettiamo. Questo contribuisce a rallentare l’accumulo di CO₂ nell’atmosfera, ma ha un prezzo: quando l’anidride carbonica si dissolve nell’acqua modifica la chimica oceanica, riducendo il pH e la disponibilità di carbonato necessaria a molti organismi per costruire gusci e strutture calcaree.

Il mare ci protegge da una parte degli effetti delle nostre emissioni e, facendo questo, cambia.

È un’immagine quasi perfetta della nostra relazione con i sistemi naturali: utilizziamo per decenni la loro capacità di assorbire perturbazioni e interpretiamo quella resilienza come assenza di conseguenze.

Finché il sistema comincia a mostrarci il conto.

La crescita non è il problema. Crescere senza chiedersi che cosa stia crescendo lo è

A questo punto il discorso rischia facilmente di trasformarsi nell’eterna contrapposizione tra crescita e decrescita.

Non credo sia la domanda più interessante. Una foresta cresce. Un bambino cresce. La conoscenza cresce. Può crescere la qualità di un servizio, l’efficienza con cui utilizziamo una risorsa, la capacità di rigenerare un territorio, l’accesso alla salute, la cooperazione, la durata di un prodotto.

Il problema nasce quando utilizziamo un’unica idea di crescita per misurare sistemi profondamente differenti e assumiamo che l’aumento dei flussi monetari equivalga automaticamente a un miglioramento delle condizioni umane.

Possiamo aumentare il PIL ricostruendo dopo un’alluvione. Possiamo generare fatturato estraendo una risorsa più rapidamente di quanto un ecosistema riesca a rigenerarla. Possiamo aumentare la produzione mentre diminuisce la fertilità del suolo sulla quale quella stessa produzione futura dipenderà.

La domanda non è allora se dobbiamo crescere. È: che cosa vogliamo far crescere e che cosa, invece, deve imparare ad avere un limite?

Conosciamo i limiti. E continuiamo a superarli

Qui ritorna un tema che affronto anche in Basta essere umani: la dissonanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.

Non possiamo più sostenere di non conoscere il problema.

Disponiamo di satelliti, modelli climatici, serie storiche, sensori, supercomputer e sistemi di intelligenza artificiale capaci di osservare la Terra con una precisione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.

E contemporaneamente continuiamo ad aumentare la pressione sui sistemi che sappiamo essere essenziali alla nostra sopravvivenza.

Nel libro scrivo della necessità di una “rivoluzione evolutiva” che non riguardi soltanto l’evoluzione tecnologica, ma anche pensiero, valori e priorità.

Mi sembra che i sette limiti planetari rendano quella domanda ancora più concreta. Abbiamo accresciuto enormemente la nostra capacità di modificare il mondo. Non allo stesso ritmo la capacità di decidere quando non modificarlo.

Il limite è davvero il nostro nemico?

La cultura contemporanea utilizza spesso la parola limite in senso negativo.

Superare i propri limiti è positivo. Non porsi limiti è segno di ambizione. Le tecnologie rompono i limiti. La crescita dovrebbe essere possibilmente illimitata.

Ma qualsiasi sistema vivente esiste proprio perché possiede confini. Una cellula ha una membrana. Un organismo regola temperatura, acqua, energia. Un ecosistema possiede capacità di rigenerazione che non sono infinite.

Forse dovremmo recuperare un’idea meno infantile del limite. Il limite non è necessariamente ciò che impedisce la libertà. Può essere ciò che rende possibile continuare a esercitarla.

C’è però una buona notizia

Tra i nove limiti planetari, quello relativo all’ozono stratosferico è oggi nello spazio sicuro.

Non è sempre stato così. Negli anni Ottanta la scoperta del buco dell’ozono provocò una risposta internazionale che portò al Protocollo di Montreal e alla progressiva eliminazione di molte sostanze responsabili della sua distruzione.

Non fu un miracolo tecnologico, ma una combinazione di scienza, cooperazione internazionale, regolazione, innovazione industriale e cambiamento dei mercati. È un precedente importante perché dimostra che i confini planetari non sono semplicemente un conto alla rovescia verso la catastrofe.

Possono diventare una mappa per l’azione. Lo stesso Planetary Health Check sottolinea che le esperienze relative all’ozono e agli aerosol mostrano che è possibile modificare la pressione umana sul sistema Terra.

E qui tornano le imprese

Se prendiamo sul serio i limiti planetari, anche la sostenibilità aziendale cambia significato. Non basta chiedersi quanto un’azienda abbia ridotto le proprie emissioni rispetto all’anno precedente.

Dobbiamo cominciare a chiederci come la sua attività dipenda e interagisca con sistemi naturali: clima, acqua, suolo, biodiversità, nutrienti, materie prime.

L’impresa non deve trasformarsi in un istituto di ecologia, ma non può pensare di prosperare a lungo dentro sistemi naturali che perdono progressivamente la propria capacità di funzionare.

Questo è forse il vero punto di contatto tra scienza dei limiti planetari ed economia. Il pianeta non negozia, non concede deroghe perché un business plan è ben costruito.

Forse dobbiamo cambiare la definizione di successo

Sette confini su nove oltre lo spazio sicuro possono essere letti come un messaggio estremamente pessimista.

Io preferisco leggerli come una domanda.

L’idea di progresso che ci ha guidato fino adesso riduce la stabilità dei sistemi dai quali dipende, non sarebbe il caso di rivedere la sua definizione?

Il progresso non può più essere soltanto la misura di quanto siamo capaci di trasformare il mondo. Deve comprendere anche quanto siamo capaci di preservarne e rigenerarne le condizioni di abitabilità.

Per secoli ci siamo comportati come se i limiti della Terra fossero ostacoli tecnici che il nostro ingegno avrebbe prima o poi superato.

Ma il pianeta non ha un problema perché possiede dei confini. Forse siamo noi ad avere un problema perché abbiamo costruito la nostra idea di progresso come se non ne avesse.

Fonti essenziali: Caesar et al., Planetary Health Check 2026, Potsdam Institute for Climate Impact Research; Planetary Health Check, Planetary Boundaries; Commissione europea, Ocean Acidification: Seventh Planetary Boundary Now Crossed.

Sette su nove. Preso da solo potrebbe sembrare perfino un buon risultato.

Se non fosse che stiamo parlando dei nove grandi processi del sistema Terra che contribuiscono a mantenere il pianeta in condizioni relativamente stabili per la vita e per le società umane.

Il Planetary Health Check 2026, pubblicato il 21 settembre dal Potsdam Institute for Climate Impact Research, conclude che sette dei nove planetary boundaries sono stati oltrepassati e che tutti e sette mostrano una pressione ancora crescente.

Sono il cambiamento climatico, l’integrità della biosfera, il cambiamento nell’uso del suolo, i cicli dell’acqua dolce, i flussi biogeochimici di azoto e fosforo, le cosiddette novel entities — sostanze e materiali prodotti dall’uomo, dalle plastiche a molte sostanze chimiche — e, più recentemente, l’acidificazione degli oceani.

Restano nello spazio considerato sicuro due confini: lo strato di ozono stratosferico e, a livello globale, il carico di aerosol atmosferici.

Letto così sembra il bollettino clinico di un paziente molto malato. Ma credo che il significato più interessante di questi numeri sia un altro. I limiti planetari non parlano soltanto dello stato della Terra.

Parlano della nostra idea di progresso.

Un confine non è un precipizio

Prima di proseguire, è utile chiarire che cosa significa davvero avere superato un limite planetario. Non significa che, nel momento in cui oltrepassiamo una linea, il sistema Terra improvvisamente collassa.

Il framework dei limiti planetari nasce proprio per individuare uno spazio operativo sicuro per l’umanità. Oltre quei confini aumenta il rischio di alterazioni ampie, non lineari e potenzialmente difficili o impossibili da invertire.

È una logica precauzionale. Potremmo immaginarla come la pressione sanguigna: superare una determinata soglia non significa che avremo certamente un infarto domani mattina, ma significa che stiamo aumentando il rischio e che continuare ad aumentare la pressione non è una strategia particolarmente intelligente.

La cosa importante è che questi sistemi non sono indipendenti.

Cambiare l’uso del suolo riduce la capacità degli ecosistemi di assorbire carbonio. Il cambiamento climatico altera il ciclo dell’acqua. La perdita di biodiversità riduce la resilienza degli ecosistemi. L’eccesso di nutrienti modifica fiumi, laghi e zone costiere.

La Terra non è composta da nove problemi ambientali separati. È un sistema. Ed è qui che, secondo me, il nostro modo di pensare mostra tutti i suoi limiti.

Siamo bravissimi a dividere ciò che nella realtà è unito

La nostra organizzazione economica e politica procede per compartimenti. Abbiamo il ministero dell’ambiente, quello dell’economia, quello dell’agricoltura, quello dell’industria. Un’azienda ha il reparto sostenibilità, il procurement, la finanza, le operations. Misuriamo il carbonio da una parte, la biodiversità da un’altra, l’acqua da un’altra ancora.

Ma una foresta non conosce il nostro organigramma. Un suolo non separa carbonio, acqua e biodiversità. Un bacino idrografico non sa dove finisca il bilancio di un’impresa e cominci quello di un’altra.

La natura lavora attraverso relazioni. Noi continuiamo spesso a governarla attraverso silos.

Il framework dei limiti planetari è importante proprio perché ci costringe a recuperare una visione sistemica.

Il settimo confine è arrivato dal mare

Nel 2025 l’acidificazione degli oceani è diventata il settimo confine planetario considerato oltrepassato, e il nuovo rapporto 2026 conferma che la pressione continua ad aumentare.

Gli oceani assorbono una parte consistente dell’anidride carbonica che emettiamo. Questo contribuisce a rallentare l’accumulo di CO₂ nell’atmosfera, ma ha un prezzo: quando l’anidride carbonica si dissolve nell’acqua modifica la chimica oceanica, riducendo il pH e la disponibilità di carbonato necessaria a molti organismi per costruire gusci e strutture calcaree.

Il mare ci protegge da una parte degli effetti delle nostre emissioni e, facendo questo, cambia.

È un’immagine quasi perfetta della nostra relazione con i sistemi naturali: utilizziamo per decenni la loro capacità di assorbire perturbazioni e interpretiamo quella resilienza come assenza di conseguenze.

Finché il sistema comincia a mostrarci il conto.

La crescita non è il problema. Crescere senza chiedersi che cosa stia crescendo lo è

A questo punto il discorso rischia facilmente di trasformarsi nell’eterna contrapposizione tra crescita e decrescita.

Non credo sia la domanda più interessante. Una foresta cresce. Un bambino cresce. La conoscenza cresce. Può crescere la qualità di un servizio, l’efficienza con cui utilizziamo una risorsa, la capacità di rigenerare un territorio, l’accesso alla salute, la cooperazione, la durata di un prodotto.

Il problema nasce quando utilizziamo un’unica idea di crescita per misurare sistemi profondamente differenti e assumiamo che l’aumento dei flussi monetari equivalga automaticamente a un miglioramento delle condizioni umane.

Possiamo aumentare il PIL ricostruendo dopo un’alluvione. Possiamo generare fatturato estraendo una risorsa più rapidamente di quanto un ecosistema riesca a rigenerarla. Possiamo aumentare la produzione mentre diminuisce la fertilità del suolo sulla quale quella stessa produzione futura dipenderà.

La domanda non è allora se dobbiamo crescere. È: che cosa vogliamo far crescere e che cosa, invece, deve imparare ad avere un limite?

Conosciamo i limiti. E continuiamo a superarli

Qui ritorna un tema che affronto anche in Basta essere umani: la dissonanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.

Non possiamo più sostenere di non conoscere il problema.

Disponiamo di satelliti, modelli climatici, serie storiche, sensori, supercomputer e sistemi di intelligenza artificiale capaci di osservare la Terra con una precisione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.

E contemporaneamente continuiamo ad aumentare la pressione sui sistemi che sappiamo essere essenziali alla nostra sopravvivenza.

Nel libro scrivo della necessità di una “rivoluzione evolutiva” che non riguardi soltanto l’evoluzione tecnologica, ma anche pensiero, valori e priorità.

Mi sembra che i sette limiti planetari rendano quella domanda ancora più concreta. Abbiamo accresciuto enormemente la nostra capacità di modificare il mondo. Non allo stesso ritmo la capacità di decidere quando non modificarlo.

Il limite è davvero il nostro nemico?

La cultura contemporanea utilizza spesso la parola limite in senso negativo.

Superare i propri limiti è positivo. Non porsi limiti è segno di ambizione. Le tecnologie rompono i limiti. La crescita dovrebbe essere possibilmente illimitata.

Ma qualsiasi sistema vivente esiste proprio perché possiede confini. Una cellula ha una membrana. Un organismo regola temperatura, acqua, energia. Un ecosistema possiede capacità di rigenerazione che non sono infinite.

Forse dovremmo recuperare un’idea meno infantile del limite. Il limite non è necessariamente ciò che impedisce la libertà. Può essere ciò che rende possibile continuare a esercitarla.

C’è però una buona notizia

Tra i nove limiti planetari, quello relativo all’ozono stratosferico è oggi nello spazio sicuro.

Non è sempre stato così. Negli anni Ottanta la scoperta del buco dell’ozono provocò una risposta internazionale che portò al Protocollo di Montreal e alla progressiva eliminazione di molte sostanze responsabili della sua distruzione.

Non fu un miracolo tecnologico, ma una combinazione di scienza, cooperazione internazionale, regolazione, innovazione industriale e cambiamento dei mercati. È un precedente importante perché dimostra che i confini planetari non sono semplicemente un conto alla rovescia verso la catastrofe.

Possono diventare una mappa per l’azione. Lo stesso Planetary Health Check sottolinea che le esperienze relative all’ozono e agli aerosol mostrano che è possibile modificare la pressione umana sul sistema Terra.

E qui tornano le imprese

Se prendiamo sul serio i limiti planetari, anche la sostenibilità aziendale cambia significato. Non basta chiedersi quanto un’azienda abbia ridotto le proprie emissioni rispetto all’anno precedente.

Dobbiamo cominciare a chiederci come la sua attività dipenda e interagisca con sistemi naturali: clima, acqua, suolo, biodiversità, nutrienti, materie prime.

L’impresa non deve trasformarsi in un istituto di ecologia, ma non può pensare di prosperare a lungo dentro sistemi naturali che perdono progressivamente la propria capacità di funzionare.

Questo è forse il vero punto di contatto tra scienza dei limiti planetari ed economia. Il pianeta non negozia, non concede deroghe perché un business plan è ben costruito.

Forse dobbiamo cambiare la definizione di successo

Sette confini su nove oltre lo spazio sicuro possono essere letti come un messaggio estremamente pessimista.

Io preferisco leggerli come una domanda.

L’idea di progresso che ci ha guidato fino adesso riduce la stabilità dei sistemi dai quali dipende, non sarebbe il caso di rivedere la sua definizione?

Il progresso non può più essere soltanto la misura di quanto siamo capaci di trasformare il mondo. Deve comprendere anche quanto siamo capaci di preservarne e rigenerarne le condizioni di abitabilità.

Per secoli ci siamo comportati come se i limiti della Terra fossero ostacoli tecnici che il nostro ingegno avrebbe prima o poi superato.

Ma il pianeta non ha un problema perché possiede dei confini. Forse siamo noi ad avere un problema perché abbiamo costruito la nostra idea di progresso come se non ne avesse.

 

A cura di Susanna Di Vincenzo

Fonti essenziali: Caesar et al., Planetary Health Check 2026, Potsdam Institute for Climate Impact Research; Planetary Health Check, Planetary Boundaries; Commissione europea, Ocean Acidification: Seventh Planetary Boundary Now Crossed.

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